27/10/2023 - 27/10/2029
La politica industriale rappresenta l’insieme delle strategie, degli strumenti e degli interventi attraverso i quali uno Stato orienta lo sviluppo del proprio sistema produttivo. Incentivi fiscali, accesso al credito, regolamentazione, formazione, partnership pubblico–private e collaborazione con scuole e università non sono fini in sé, ma leve per costruire un ambiente economico coerente, competitivo e sostenibile nel tempo.
Il punto centrale, tuttavia, non è tanto definire cosa sia una politica industriale, quanto domandarsi quale politica industriale abbia realmente adottato l’Italia negli ultimi decenni.
È un dato difficilmente contestabile che il massimo sviluppo economico e sociale del Paese sia coinciso con una struttura produttiva fondata sulle piccole e medie imprese. Un sistema diffuso, radicato nei territori, basato su competenze, relazioni e specializzazioni.
Accanto alla manifattura, quell’equilibrio si reggeva su quella che potremmo definire “l’Italia dei mestieri”: artigiani, commercio di prossimità, servizi alla persona. Non settori marginali, ma infrastrutture economiche e sociali, capaci di generare occupazione, mobilità sociale e identità.
Questa economia costituiva l’ossatura reale del made in Italy, ben prima che diventasse un’etichetta di marketing.
La progressiva scomparsa di questo tessuto ha lasciato spazio a città sempre più simili tra loro, dominate da format standardizzati, catene globali e modelli replicabili ovunque.
Le vie commerciali hanno perso identità, trasformandosi in “non luoghi”, privi di relazione con il territorio, la storia e la comunità.
La domanda da porsi è inevitabile: si tratta del risultato di una precisa politica industriale o, più semplicemente, dell’assenza di una politica industriale?
Il sospetto è che non vi sia stata una scelta consapevole, ma una incapacità strutturale di comprendere la specificità dell’economia italiana.
Un’economia che non nasce per competere sui grandi volumi, sui bassi costi o sulla standardizzazione, ma sulla qualità, sulla creatività, sulla differenziazione.
Nel tempo, le piccole e medie imprese sono state penalizzate da:
una burocrazia complessa e spesso disfunzionale,
una pressione fiscale difficilmente sostenibile,
un accesso al credito sempre più selettivo,
una concorrenza asimmetrica di operatori internazionali, talvolta favoriti da regimi fiscali più vantaggiosi.
In un mercato formalmente “aperto”, ma sostanzialmente diseguale, il risultato non è stato l’efficienza, bensì la desertificazione economica di interi settori.
Perdendo artigianalità, manifattura diffusa, creatività e relazioni di prossimità, l’Italia ha progressivamente smantellato la propria struttura portante di sviluppo.
La politica industriale avrebbe dovuto anticipare una verità semplice:
l’Italia non può vincere la competizione globale imitando modelli pensati per altri Paesi. Può farlo solo valorizzando la propria unicità.
Competere sul terreno dei “non luoghi” significa accettare una competizione che non ci appartiene e che, inevitabilmente, conduce al declino.
La cultura economica italiana è storicamente fondata sulle arti, sui mestieri, sulla creatività e sulla capacità di trasformare competenze locali in valore globale.
Non riconoscere questo tratto distintivo non è solo un errore di politica industriale: è un errore di identità.
Una politica industriale efficace non dovrebbe chiedersi come rendere l’Italia simile agli altri, ma come rendere il mondo interessato a ciò che solo l’Italia può offrire.
Roberto Necci
info@robertonecci.it
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