03/02/2026 - 07/10/2029
Una trasformazione che non è casuale, ma sistemica
Mi trovo spesso nel centro storico di Roma. Non come turista, ma come osservatore quotidiano di una città che sembra aver progressivamente smarrito il rapporto tra valore culturale e uso economico dello spazio urbano.
Ciò che un tempo era una delle capitali culturali più affascinanti del mondo appare oggi sempre più simile a un grande dispositivo di consumo rapido, in cui l’esperienza urbana è stata ridotta a una sequenza standardizzata di ristorazione, souvenir e intrattenimento superficiale.
Le file davanti a presunte trattorie “romane”, l’offerta gastronomica appiattita su pochi piatti iconici spesso svuotati di qualità e significato, l’occupazione sistematica dello spazio pubblico da parte di tavolini e dehors raccontano un modello che privilegia la quantità rispetto al valore. Non è una questione di cucina, ma di uso economico della città.
Parallelamente, il commercio storico è stato progressivamente espulso. Al suo posto si è affermata una distribuzione omologata di oggetti privi di qualsiasi legame con la storia, la cultura e l’identità romana. Il centro storico non seleziona più contenuti: seleziona rendite.
Il contrasto più evidente è quello tra contenitore e contenuto.
Palazzi di straordinario valore storico e architettonico ospitano oggi attività che nulla hanno a che vedere con il contesto urbano in cui si inseriscono. Non si tratta di un conflitto estetico, ma di un problema strutturale: l’assenza di una gerarchia del valore nell’uso degli spazi.
Roma non è diventata una città “turistica” per caso. È il risultato razionale di una combinazione di fattori:
rendita immobiliare come unico criterio allocativo,
assenza di una visione economica urbana di lungo periodo,
regolazione debole o rinunciataria,
incentivo sistematico al consumo immediato rispetto alla costruzione di valore durevole.
Il turismo di massa non è la causa, ma l’effetto.
In assenza di politiche urbane capaci di distinguere tra sfruttamento e valorizzazione, la città ha progressivamente scelto la strada più semplice: monetizzare ogni metro quadro nel minor tempo possibile.
Il risultato è una Roma trasformata in una piattaforma di esperienze “mordi e fuggi”, dove l’identità diventa scenografia e la cultura un pretesto commerciale. Una romanità di facciata che rassicura il visitatore, ma svuota la città di significato per chi la vive e la governa.
Il punto critico non è il turismo, ma la rinuncia a governarlo.
Roma non è, e non dovrebbe mai diventare, un parco tematico né una destinazione esclusivamente gastronomica. Il suo valore risiede nella stratificazione storica, nella complessità culturale, nella capacità – un tempo naturale – di generare innovazione e pensiero.
Preservare questi elementi non significa congelare la città, ma scegliere cosa deve stare dove, e perché. Significa riconoscere che non tutte le attività producono lo stesso valore urbano, anche se generano lo stesso fatturato.
La vera domanda, quindi, non è “cosa è successo a Roma?”, ma quando abbiamo smesso di governarla come una capitale culturale e abbiamo iniziato a trattarla come una vetrina.
Senza una riflessione seria su modelli economici, uso dello spazio e qualità dell’offerta, il rischio non è solo la perdita di autenticità, ma la distruzione progressiva di quel capitale immateriale che ha reso Roma unica nel mondo.
E quel capitale, una volta eroso, non è replicabile.
Roberto Necci
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