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Il lato oscuro della ristorazione romana

08/06/2025 - 08/06/2027

Roma, città eterna. Ma eterna per chi? Per i milioni di turisti che la attraversano come una sala da pranzo a cielo aperto, o per chi a Roma ci vive, lavora, resiste?

 

Negli ultimi anni, la ristorazione romana è diventata il simbolo perfetto di una città che ha smarrito il proprio baricentro. Dietro le vetrine patinate dei locali a due passi da Fontana di Trevi o Campo de’ Fiori, si nasconde un mondo che ha poco da invidiare alle condizioni di lavoro del terzo mondo: turni massacranti, cicli senza soluzione di continuità fra pranzo e cena, dipendenti che – letteralmente – dormono in strada, appena fuori dal locale dove hanno servito sorridendo fino a pochi minuti prima. Come se Roma fosse diventata il retrobottega dell’Europa.

 

Non è solo un problema etico. È un modello insostenibile, costruito sull’altare del “tutto e subito”, del margine giornaliero a ogni costo. Le regole non esistono più: turnazioni illegali, contratti fantasiosi, straordinari non pagati, igiene spesso al limite della decenza. E chi prova a denunciare viene sostituito con la velocità di un QR code letto a tavola.

 

La professionalità, quella vera, si è dissolta. Al suo posto, un esercito improvvisato che parla al cliente con l’abitudine di chi sa che “tanto il turista non capisce”. Frasi urlate, piatti lanciati sui tavoli, un servizio che ha rinunciato alla cura per abbracciare la velocità. Il mantra è uno solo: svuotare e riempire i tavoli, più volte possibile, ogni giorno.

 

E il romano? È diventato uno straniero in casa propria. Passeggia per il centro, cerca la città che fu, ma respira un’aria che non gli appartiene più. Roma oggi è un grande ristorante all’aperto, un parco tematico del cibo veloce dove ogni strada è una food court e ogni piazza una terrazza con coperti da massimizzare. Il turismo mordi e fuggi non ha solo invaso le strutture ricettive extra alberghiere, ha trasformato anche le abitudini alimentari della città: colazione, pranzo e cena rovesciano sul territorio una massa ingestibile e incontrollata.

 

Il risultato? Norme sanitarie calpestate, decoro urbano scomparso, e un’industria – quella della ristorazione – che non costruisce più valore ma consuma ogni giorno un po’ di più la dignità di chi ci lavora e il patrimonio culturale che dovrebbe invece proteggere.

 

Roma non può vivere solo per servire. È ora di restituire alla città un equilibrio, di pensare a un modello che tuteli i lavoratori, valorizzi la qualità, e rimetta al centro chi Roma la ama davvero. Anche a tavola.

 

Roberto Necci

info@robertonecci.it 

 

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