15/06/2025 - 15/06/2027
Negli ultimi anni è cresciuto in modo esponenziale un fenomeno tanto affascinante quanto pericoloso: la costruzione di identità professionali parallele esclusivamente all’interno dei social network. Alcuni imprenditori, manager o aspiranti tali – spesso giovani, ma talvolta anche ex giovani con una consolidata esperienza digitale – popolano i feed con dichiarazioni altisonanti, storie di successi eclatanti, progetti milionari e leadership autoreferenziali. Tuttavia, queste narrazioni raramente trovano riscontro nel mondo reale del business, quello fatto di numeri, bilanci, operazioni, clienti veri e risultati concreti.
La dissonanza fra ciò che si legge online e ciò che accade realmente negli ambienti economici e imprenditoriali è evidente a chiunque abbia quotidianamente a che fare con operazioni complesse, con investitori, con tavoli decisionali dove si pesa ogni parola e ogni dato. Esiste una differenza netta tra visibilità e credibilità: la prima si compra o si costruisce con algoritmi, la seconda si conquista solo sul campo.
La business community che realmente influenza il mercato, quella che prende decisioni, che sposta capitali, che determina alleanze strategiche e approva operazioni rilevanti, è molto più ristretta di quanto si pensi. È un ambiente in cui le relazioni contano più delle visualizzazioni, in cui una telefonata vale più di un carosello e dove i contenuti digitali hanno un impatto prossimo allo zero se non accompagnati da una reputazione verificabile e costruita nel tempo.
Chi guida davvero il cambiamento, chi è chiamato a decidere su asset, ristrutturazioni, investimenti o strategie, vive immerso nella concretezza. E in quella dimensione non c'è spazio per le iperboli, per gli annunci senza riscontri o per le dichiarazioni vuote. Il potere reale è sobrio, spesso silenzioso, e guarda con distacco crescente alla rumorosa ridondanza dei social.
Questo non significa che la presenza digitale sia da evitare, anzi. Ma deve essere coerente, fondata su dati e fatti, utilizzata come estensione della propria autorevolezza e non come sua sostituzione. Chi costruisce il proprio percorso professionale solo nel perimetro di un algoritmo rischia di confondere il consenso con la competenza, e di rimanere prigioniero di una visibilità che non produce nessun valore se non per se stessa.
Uscire dai social non significa scomparire, significa tornare a pesare le parole, a investire nel contenuto, a misurarsi con la realtà. Perché il business vero si fa ancora dove contano le strette di mano, la fiducia, le competenze e le prove di solidità. E chi questo lo dimentica, rischia di restare solo un nome di passaggio in un feed destinato a scorrere.
Roberto Necci
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