02/02/2026 - 15/06/2029
In questi mesi il settore alberghiero italiano si trova nuovamente ad affrontare una delle sue criticità più strutturali: la carenza di personale. Secondo Confcommercio, mancano all’appello oltre 137.000 figure stagionali solo per il periodo estivo, tra camerieri, cuochi e baristi. Un fenomeno che si ripresenta ciclicamente e che oggi non incide più soltanto sulla qualità del servizio, ma sulla continuità operativa e sulla sostenibilità economica delle strutture.
Di fronte a questa carenza, la risposta più concreta — e ormai strutturale — è il ricorso alla manodopera straniera. Attualmente quasi un terzo degli occupati nel turismo italiano proviene dall’estero; in alcune aree del Nord-Est questa percentuale supera il 40%. Non si tratta più di una soluzione tampone, ma di una variabile strutturale di gestione, che il management alberghiero non può permettersi di affrontare in modo improvvisato.
Gestire un’organizzazione composta da persone con culture, lingue e approcci al lavoro differenti richiede competenze manageriali specifiche. Non è sufficiente “coprire i turni”: senza un adeguato sistema di integrazione, il rischio è un aumento del turnover, un calo di produttività e una perdita di controllo sugli standard di servizio. La cultura aziendale diventa quindi un vero fattore economico, non un tema valoriale astratto.
Servono percorsi di onboarding strutturati, formazione linguistica funzionale al ruolo, affiancamento operativo nei primi mesi e, soprattutto, una leadership capace di leggere le dinamiche interculturali e tradurle in coesione organizzativa. In assenza di questi elementi, la diversità non genera valore ma attrito, con impatti diretti su efficienza, clima interno e costi di gestione.
In molte strutture si parla ancora troppo poco di comunicazione interna, di percorsi di crescita per risorse operative con competenze superiori al ruolo ricoperto, o di strumenti pratici e visivi che facilitino il lavoro quotidiano in contesti multilingue. Eppure, è proprio qui che si gioca una parte rilevante della competitività futura del settore.
Il sistema alberghiero italiano continuerà a dipendere in misura crescente dalla manodopera straniera, anche alla luce del Decreto Flussi e dei nuovi canali di ingresso. Le imprese che sapranno trasformare questa dipendenza in capacità organizzativa saranno più resilienti, più attrattive come datori di lavoro e più stabili nel lungo periodo.
Occorre tuttavia evitare una narrazione semplificata: l’integrazione non è un processo automatico né sempre armonioso. La convivenza quotidiana tra persone provenienti da contesti culturali, religiosi e sociali differenti può generare incomprensioni, tensioni e conflitti operativi. Differenze linguistiche, percezione dei ruoli, rapporti con la gerarchia o modalità di comunicazione possono diventare fattori di rischio se non governati.
Per questo la gestione interculturale non può essere affidata al buon senso o all’esperienza individuale: richiede metodo, strumenti, ascolto attivo e una governance attenta al clima interno. L’inclusione, in ambito alberghiero, non è uno slogan etico ma una competenza manageriale.
Chi non la struttura oggi, domani faticherà non solo a crescere, ma a garantire standard minimi di servizio e marginalità sostenibile.
Roberto Necci
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