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Stakeholder, impresa e reciprocità: la teoria che manca nella prassi

23/06/2025 - 23/06/2028

Nel lessico aziendalistico moderno, il concetto di stakeholder è divenuto una pietra angolare della gestione strategica. Esso identifica tutti quei soggetti – interni ed esterni – che influenzano o sono influenzati dall’attività dell’impresa: clienti, dipendenti, fornitori, investitori, comunità locali, e naturalmente lo Stato. La teoria degli stakeholder, introdotta da R. Edward Freeman negli anni ’80, si fonda sull’assunto che l’impresa, per creare valore nel lungo periodo, debba perseguire l’equilibrato soddisfacimento degli interessi di tutti questi attori.

 

In questo quadro, l’impresa viene caricata di una responsabilità che trascende la semplice massimizzazione del profitto: deve operare con etica, trasparenza, sostenibilità. Una visione moderna e condivisibile, ma anche parzialmente illusoria se analizzata nella sua applicazione reale.

 

L’asimmetria teorica: il dovere dell’impresa, il silenzio degli altri

 

Il limite strutturale della teoria degli stakeholder risiede nella sua asimmetria di doveri. La responsabilità morale e gestionale viene attribuita in modo esclusivo all’impresa, mentre gli stakeholder stessi – in particolare quelli pubblici e istituzionali – vengono esonerati da qualsiasi obbligo di reciprocità.

 

Se tra gli stakeholder consideriamo anche lo Stato e il Governo, allora la teoria entra in crisi. Quale soddisfacimento può garantire un’impresa quando si trova ad operare in un contesto ostile, gravato da:

 

  • una burocrazia paralizzante, che dilata tempi e costi di ogni iniziativa;

 

  • politiche fiscali incoerenti, che mortificano gli investimenti e disincentivano la crescita;

 

  • un degrado sociale crescente, che si traduce in insicurezza, difficoltà di reperimento della manodopera e crollo del valore immobiliare;

 

  • interventi normativi estemporanei, che minano la prevedibilità necessaria alla pianificazione strategica.

 

In presenza di questi fattori, parlare di stakeholder come soggetti da soddisfare perde ogni razionalità, se prima non si garantisce all’impresa un ambiente abilitante per poter perseguire quella soddisfazione.

 

La reciprocità come fondamento mancante

 

Il nodo centrale è dunque la reciprocità. Nessun modello teorico può reggere se impone una sola direzione di responsabilità. Se all’impresa si chiede di soddisfare lo Stato (ad esempio, versando tributi, creando occupazione, rispettando la normativa), allora lo Stato deve porsi il problema di non ostacolare e anzi favorire la capacità dell’impresa di adempiere a tali obblighi.

 

In assenza di reciprocità, il rischio è che la teoria degli stakeholder si trasformi in un elegante paravento ideologico, utile solo a chi la cita nei convegni ma inefficace nella concretezza gestionale. Non si può chiedere al privato di essere virtuoso in un sistema vizioso.

 

Verso un patto bilaterale di responsabilità

 

Perché la teoria degli stakeholder sia effettivamente applicabile, è necessario riconfigurare il rapporto tra impresa e istituzioni in un'ottica di patto bilaterale: un sistema in cui l’impresa si impegna a creare valore sostenibile, ma in cambio lo Stato si impegna a creare le condizioni per renderlo possibile.

 

Solo in questo modo sarà possibile superare l’attuale paradosso: quello in cui si predica la centralità dell’impresa mentre, nei fatti, la si ostacola con ogni mezzo. Un sistema moderno non può chiedere collaborazione senza offrire fiducia, né pretendere valore senza offrire contesto.

 

Roberto Necci

info@robertonecci.it 

 

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