10/01/2026 - 10/01/2028
La vicenda che coinvolge Banca Progetto rappresenta un caso di studio di particolare rilevanza per l’analisi dei modelli di business bancari contemporanei, soprattutto in relazione alla gestione del rischio di credito e alla generazione dei portafogli deteriorati. La presenza di una massa stimata di circa 1,5 miliardi di euro di Non-Performing Loans (NPL)in fase di cessione, accompagnata da una ricapitalizzazione annunciata a condizioni peggiorative rispetto alle aspettative di mercato, solleva interrogativi che travalicano la fisiologica dinamica bancaria e impongono una riflessione più ampia in termini di governance, strategia e responsabilità sistemica.
Il punto centrale dell’analisi non risiede nella verifica della formale legittimità delle operazioni, che rientra nelle competenze delle autorità di vigilanza, bensì nella coerenza complessiva dell’impianto strategico che ha condotto a questo esito. In altri termini, la domanda rilevante non è se quanto accaduto sia tecnicamente consentito, ma se il modello adottato fosse strutturalmente orientato a produrre proprio questo risultato.

Negli ultimi esercizi, Banca Progetto ha adottato una politica creditizia fortemente espansiva, caratterizzata da una combinazione di elementi che, letti ex post, appaiono sistemicamente critici: tempi di erogazione estremamente rapidi, criteri di underwriting poco selettivi, una marcata esposizione verso controparti ad elevato profilo di rischio e una struttura di pricing che non sembrava riflettere in modo adeguato il rischio effettivamente assunto. Tali scelte operative, se inserite in un contesto macroeconomico segnato dal rialzo dei tassi di interesse e dal progressivo deterioramento delle condizioni finanziarie delle imprese, rendevano statisticamente prevedibile un incremento significativo dei tassi di default e, conseguentemente, una crescita accelerata dei crediti deteriorati.
È in questa fase che emerge il nodo interpretativo più rilevante. Se si assume che l’obiettivo primario di una banca sia la creazione di valore sostenibile attraverso l’intermediazione del credito, l’esito osservato può essere letto come un fallimento gestionale. Tuttavia, se si ipotizza che il modello sottostante non fosse orientato alla stabilità del portafoglio, ma alla costruzione intenzionale di masse NPL, il quadro interpretativo cambia radicalmente.
Il meccanismo teorico, in questo caso, risulta lineare: concessione di credito con elevata tolleranza al rischio, rapido deterioramento dei portafogli, accumulo di crediti non performing, successiva cessione a operatori o veicoli specializzati e redistribuzione del valore lungo la filiera, prevalentemente nelle fasi downstream del processo. In tale schema, la banca cessa di operare come intermediario finanziario in senso classico e assume, di fatto, il ruolo di generatore industriale di NPL. Il rischio non viene eliminato, ma trasferito, trasformato e monetizzato attraverso passaggi successivi.
Gli sviluppi più recenti rafforzano le perplessità: la cessione dei crediti avviene in condizioni di emergenza, la ricapitalizzazione risulta più onerosa del previsto e il valore viene eroso sia per gli azionisti sia per il sistema nel suo complesso. Da un punto di vista logico, le alternative interpretative si riducono sostanzialmente a due. O si è in presenza di un dilettantismo gestionale di livello sistemico, incompatibile con la complessità dell’attività bancaria, oppure di una regia consapevole che non ha retto alla prova dei numeri e delle condizioni macroeconomiche, sfuggendo di mano nella fase finale.
In entrambi i casi, il danno appare evidente: per il sistema creditizio, che vede compromessa la fiducia; per le imprese finanziate, che subiscono le conseguenze di politiche creditizie distorte; per il mercato, che assiste a una redistribuzione opaca del valore; e, indirettamente, per i contribuenti, chiamati a sostenere il rischio sistemico insito nelle crisi bancarie.
La questione centrale diventa quindi etica e di governance, prima ancora che tecnica. Ci si trova di fronte a una truffa sofisticata che non ha superato il vaglio della sostenibilità finanziaria, oppure a un caso emblematico di incompetenza mascherata da innovazione? In un sistema bancario sano, interrogativi di questa portata non dovrebbero rimanere confinati al dibattito informale o mediatico, ma trovare risposta nelle sedi istituzionali competenti, attraverso l’analisi delle responsabilità manageriali e dei flussi di valore effettivamente generati.
Perché quando il credito smette di essere una missione e diventa uno strumento, il confine tra intermediazione bancaria e predazione finanziaria si assottiglia fino a diventare pericolosamente indistinto.
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