10/01/2026 - 10/01/2028
La vicenda Banca Progetto non rappresenta un’anomalia isolata, né un incidente di percorso imputabile a una singola governance o a una contingenza sfavorevole. Al contrario, si inserisce in una sequenza storica coerente di crisi finanziarie italiane, che dal 2008 a oggi hanno mostrato tratti ricorrenti: espansione del credito in fasi di apparente stabilità, sottovalutazione strutturale del rischio, accumulo di crediti deteriorati e successiva gestione emergenziale degli NPL.
In questo quadro, il settore alberghiero ha svolto un ruolo peculiare. Non solo come comparto colpito, ma come settore rivelatore delle distorsioni del sistema creditizio, per via della sua intensità di capitale, della dipendenza dal debito e della ciclicità dei flussi di cassa.
La crisi finanziaria globale del 2008 ha segnato una discontinuità profonda anche per l’Italia. Sebbene il sistema bancario nazionale fosse meno esposto ai derivati strutturati rispetto a quello anglosassone, l’impatto si è manifestato rapidamente sotto forma di credit crunch, aumento del costo del capitale e irrigidimento delle politiche di erogazione.
Per il settore alberghiero, questa fase ha rappresentato il primo vero shock moderno: investimenti programmati bloccati, difficoltà di rifinanziamento, riduzione drastica della leva disponibile. Molte strutture, soprattutto medio-piccole e a conduzione familiare, hanno iniziato a sopravvivere non grazie a una gestione efficiente, ma attraverso rinvii sistematici degli investimenti e compressione della manutenzione, gettando le basi per fragilità future.
La seconda grande frattura arriva con la crisi del debito sovrano europeo. In Italia, il combinato disposto di recessione prolungata, pressione fiscale elevata e caduta della domanda interna produce un effetto diretto sui bilanci bancari: l’esplosione dei crediti deteriorati.
È in questo periodo che il sistema bancario italiano trasforma progressivamente il rischio d’impresa in rischio di bilancio, accumulando NPL che non sono il frutto di eventi eccezionali, ma di modelli di credito costruiti su presupposti ottimistici e scarsamente selettivi.
Il settore alberghiero diventa uno dei principali serbatoi di esposizioni problematiche. Non perché intrinsecamente inefficiente, ma perché strutturalmente vulnerabile: elevata incidenza dell’indebitamento immobiliare, ricavi sensibili al ciclo economico, margini spesso insufficienti a sostenere shock prolungati.
Dal 2015 in poi, la risposta del sistema è prevalentemente contabile e regolamentare: pulizia dei bilanci, cessioni massive di NPL, nascita di un mercato secondario dei crediti deteriorati, ingresso di operatori specializzati.
In questa fase, il credito smette definitivamente di essere uno strumento di sviluppo e diventa una variabile finanziaria da ottimizzare. Il rapporto banca-impresa si indebolisce, la logica industriale cede il passo a quella di portafoglio.
Molti alberghi finiscono in questa transizione non per insolvenza conclamata, ma per mancata sostenibilità prospettica: strutture formalmente in bonis, ma incapaci di reggere i nuovi criteri di rischio, vengono progressivamente marginalizzate, declassate, cedute o spinte verso operazioni straordinarie.
La crisi pandemica introduce un elemento nuovo solo in apparenza. Le misure emergenziali, le garanzie pubbliche e le moratorie hanno evitato un’ondata immediata di default, ma hanno anche prodotto un effetto collaterale rilevante: una nuova espansione del credito in condizioni di visibilità nulla.
Per il settore alberghiero, il periodo 2020-2022 è stato paradossale: fatturati crollati, ma accesso facilitato a nuova finanza. Questo ha consentito la sopravvivenza, ma ha anche posticipato la manifestazione del rischio reale, accumulando tensioni che emergono solo a distanza di tempo.
È in questo contesto che il caso Banca Progetto assume un significato sistemico. Politiche di erogazione rapide, underwriting discutibile, concentrazione su controparti ad alto rischio e successiva gestione dei deteriorati non rappresentano una deviazione, ma l’ennesima riproposizione di uno schema già osservato.
La domanda, quindi, non è se singole operazioni siano formalmente legittime, ma se il modello complessivo di creazione e gestione del credito sia coerente con la sostenibilità dell’economia reale che dovrebbe finanziare.
Il settore alberghiero italiano non è rimasto immobile. Negli ultimi quindici anni ha messo in atto strategie di adattamento significative:
– ristrutturazioni finanziarie e accordi con il ceto bancario
– ingresso di capitali esterni e fondi specializzati
– separazione progressiva tra proprietà e gestione
– maggiore attenzione a metriche economico-finanziarie e non solo operative
Tuttavia, questa evoluzione è stata spesso reattiva, non strategica. Troppo spesso l’albergo è stato costretto a trasformarsi sotto pressione finanziaria, anziché attraverso una pianificazione consapevole.
Le crisi finanziarie italiane dal 2008 a oggi non sono una sequenza di eventi scollegati, ma un processo continuo di accumulo, rimozione e riallocazione del rischio. Il settore alberghiero, per struttura e natura, ne ha subito gli effetti in modo amplificato.
Il caso Banca Progetto non è la fine di questa storia, ma probabilmente l’ultimo capitolo di una fase. Comprendere queste dinamiche non è un esercizio accademico, ma una condizione necessaria per chi opera su capitale, credito e asset alberghieri.
Perché nel nuovo contesto, la vera distinzione non è più tra hotel profittevoli e non, ma tra imprese che comprendono la logica finanziaria in cui sono immerse e imprese che la subiscono.
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