11/01/2026 - 11/01/2028
Dalla crisi Lehman Brothers del 2008 si è aperta una faglia profonda nel sistema finanziario globale, i cui effetti reali sull’economia produttiva europea – e italiana in particolare – sono stati solo parzialmente raccontati.
Il fallimento di Lehman non fu un evento isolato, ma il punto di emersione di una leva finanziaria fuori controllo, alimentata da prodotti strutturati opachi, cartolarizzazioni aggressive e una gestione del rischio più teorica che sostanziale. In Europa la crisi arrivò con qualche mese di ritardo, ma con effetti più persistenti, perché si innestò su un sistema bancario formalmente “più prudente” ma in realtà fortemente esposto attraverso canali meno visibili.
In Italia l’epicentro non furono tanto i subprime quanto la diffusione massiva di strumenti derivati venduti come coperture: IRS, swap, collar, strutture esotiche proposte a enti locali, PMI e aziende industriali come soluzioni di stabilizzazione finanziaria. In molti casi non si trattava di hedging, ma di scommesse asimmetriche incorporate nei contratti, con profili di rischio non compresi – e spesso non spiegati.
Quando i tassi cambiarono direzione e la volatilità esplose, questi strumenti si trasformarono in passività latenti: mark-to-market negativi, covenant violati, richieste di rientro, liquidità drenata. Aziende sane dal punto di vista operativo si trovarono improvvisamente in tensione finanziaria non per errori industriali, ma per scelte finanziarie indotte.
Le conseguenze furono profonde: crisi di liquidità, blocco degli investimenti, ristrutturazioni forzate, accesso al credito compromesso. In molti casi il derivato divenne il fattore scatenante di UTP e default, non la causa originaria ma l’acceleratore finale.
Eppure, dopo una breve stagione di contenziosi, ispezioni e articoli, tutto si è progressivamente messo a tacere. Nessuna vera assunzione di responsabilità sistemica. Poche condanne. Nessuna revisione strutturale del rapporto banca–impresa sul piano della consulenza finanziaria.
Il silenzio non è casuale: riconoscere pienamente quella stagione significherebbe ammettere che una parte rilevante della distruzione di valore non è nata dall’economia reale, ma dalla finanziarizzazione spinta e da un conflitto di interessi mai realmente risolto.
La memoria corta dei mercati è funzionale alla ripetizione degli errori.
E oggi, con strumenti sempre più complessi e un contesto macro nuovamente instabile, ignorare quella lezione è un rischio che le imprese non possono più permettersi.
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