18/01/2026 - 18/01/2028
La decisione di Airbnb di strutturare un team dedicato agli hotel e di nominare figure manageriali provenienti dal mondo delle OTA tradizionali non rappresenta un semplice ampliamento di offerta, ma un passaggio strategico che mette in discussione il posizionamento originario della piattaforma. Non si tratta più soltanto di “accogliere” gli hotel, bensì di ridefinire il perimetro competitivo di Airbnb all’interno dell’industria dell’ospitalità organizzata.
L’ingresso sistematico degli hotel in Airbnb implica un cambio di natura del modello di business. Airbnb nasce come marketplace di asset diffusi, non standardizzati, con una proposta di valore fondata su unicità, disintermediazione e relazione diretta host–ospite. L’hotel, al contrario, è per definizione un’impresa strutturata, standardizzata, regolata, con logiche di pricing, distribuzione e revenue profondamente diverse. Integrare questi due mondi non è un esercizio tecnologico, ma un problema strategico e industriale.
Il primo nodo riguarda l’architettura dell’offerta. Gli hotel non sono semplici “annunci”, ma organizzazioni complesse che richiedono coerenza tra brand, pricing, parity, politiche commerciali, segmentazione della domanda e controllo della marginalità. Airbnb dovrà decidere se trattare l’hotel come una categoria assimilabile agli altri asset presenti sulla piattaforma o se costruire un’esperienza dedicata, con logiche simili a quelle delle OTA. In quest’ultimo caso, la differenziazione rispetto a Booking ed Expedia si riduce drasticamente.
Il secondo tema è quello della competizione diretta. Airbnb, storicamente percepita come canale complementare o alternativo alle OTA per alcuni segmenti di domanda, si posiziona ora come concorrente diretto sullo stesso terreno: acquisizione dell’utente, visibilità algoritmica, commissioni, servizi ancillari, controllo del funnel. Questo passaggio comporta inevitabilmente una pressione crescente sui margini degli hotel, che si troveranno ad aggiungere un ulteriore canale intermediato a un mix distributivo già saturo e costoso.
Dal punto di vista alberghiero, la questione non è se “essere presenti” su Airbnb, ma a quali condizioni strategiche. Senza una governance chiara della distribuzione, Airbnb rischia di diventare un canale ad alta cannibalizzazione, che intercetta domanda già esistente senza generare reale incrementalità, replicando dinamiche già viste con altre piattaforme. Il rischio è l’erosione della marginalità mascherata da aumento di visibilità.
C’è poi un tema di identità e posizionamento del brand Airbnb. L’integrazione massiva degli hotel tende a normalizzare l’esperienza, riducendo quell’elemento di rottura che ha reso Airbnb un player unico. La piattaforma si muove così verso una forma ibrida: non più alternativa alle OTA, ma una OTA con una narrativa diversa. Questa ambiguità strategica dovrà essere risolta, perché nel medio periodo i mercati penalizzano i modelli non chiaramente posizionati.
Infine, la mossa di Airbnb va letta anche come risposta difensiva. La crescita degli affitti brevi incontra limiti normativi, sociali e politici sempre più stringenti nelle grandi città. Entrare nel mondo alberghiero significa diversificare il rischio regolatorio e accedere a un’offerta più stabile e istituzionalizzata. È una scelta razionale dal punto di vista finanziario, ma complessa dal punto di vista industriale.
In conclusione, l’ingresso strutturato di Airbnb nel comparto alberghiero non è un’opportunità neutra per gli hotel, né un’evoluzione scontata per la piattaforma. È un passaggio che richiede agli imprenditori alberghieri una lettura lucida, non ideologica, fondata su numeri, marginalità e controllo strategico della distribuzione. Airbnb non è “un canale in più”, ma un nuovo attore che ridefinisce gli equilibri del mercato. Ignorarlo è un errore; subirlo senza strategia lo è ancora di più.
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