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Perché gli hotel attraggono sempre meno talenti

18/01/2026 - 18/01/2028

La difficoltà crescente del settore alberghiero nell’attrarre e trattenere talenti non è un fenomeno contingente, né può essere ridotto alla sola questione retributiva. È un tema strutturale che impatta la competitività dell’intera industria dell’ospitalità, con ricadute dirette su qualità del servizio, efficienza operativa, capacità di innovazione e, in ultima analisi, marginalità. In un mercato in cui la tecnologia sta comprimendo parte del valore percepito e la distribuzione sta aumentando il costo di acquisizione del cliente, il capitale umano rimane la leva decisiva di differenziazione. Proprio per questo la perdita di attrattività del lavoro alberghiero rappresenta un rischio strategico, non un problema “HR”.

 

La prima causa è la trasformazione delle aspettative sul lavoro. Il mercato del lavoro, soprattutto nelle fasce più giovani e qualificate, non valuta più soltanto la stabilità o il prestigio del settore, ma l’equilibrio tra vita e lavoro, la qualità dell’ambiente organizzativo, la chiarezza del percorso di crescita, la coerenza valoriale e la possibilità di sviluppare competenze trasferibili. L’hotel, storicamente, ha costruito il proprio modello operativo su orari estesi, elevata intensità di lavoro, stagionalità e una cultura gerarchica spesso rigida. Ciò che in passato era accettato come “normale” in un settore di servizio oggi viene percepito come un trade-off eccessivo, soprattutto se non compensato da prospettive di carriera credibili e da una leadership di qualità.

 

La seconda causa è la struttura economica del settore, che crea una tensione permanente tra necessità di contenere i costi e bisogno di valorizzare le persone. Molte imprese alberghiere, soprattutto indipendenti o sotto-capitalizzate, operano con margini insufficienti per sostenere politiche strutturate di employer branding, formazione avanzata e sistemi incentivanti evoluti. In tali contesti, il lavoro tende a essere gestito come costo da minimizzare, non come capitale da valorizzare. Questa impostazione genera un circolo vizioso: bassa marginalità porta a bassa qualità della gestione del personale, che a sua volta riduce la qualità del servizio e la capacità di posizionamento dell’hotel, comprimendo ulteriormente la marginalità.

 

Un terzo elemento è la frammentazione del settore. L’industria alberghiera è composta da una moltitudine di operatori medio-piccoli, spesso con modelli organizzativi informali, governance concentrata e processi decisionali non codificati. In questi ambienti, la crescita professionale è spesso legata più alla fiducia personale che a sistemi di valutazione e sviluppo strutturati. Il talento qualificato, soprattutto se formato in contesti internazionali o abituato a organizzazioni complesse, tende a privilegiare imprese che offrono chiarezza di ruoli, piani di sviluppo, mobilità interna e percorsi di carriera misurabili. L’hotel indipendente, se non strutturato, fatica a competere su questi elementi.

 

La quarta causa riguarda la qualità della leadership e della governance. Una parte rilevante dell’insoddisfazione e dell’abbandono nel settore non dipende dal lavoro in sé, ma dalla gestione quotidiana: stili di leadership autoritari o improvvisati, assenza di comunicazione, obiettivi incoerenti, responsabilità non definite e un diffuso ricorso all’emergenza come metodo operativo. In molte strutture, il management è valutato prevalentemente sulla capacità di “far funzionare la macchina” nel breve periodo, più che sulla capacità di costruire organizzazione e cultura. Questo produce ambienti ad alta frizione, dove la permanenza del talento dipende dalla tolleranza individuale più che da un sistema organizzativo sano.

 

Un quinto fattore è la percezione di scarsa trasferibilità delle competenze. Molti giovani qualificati preferiscono settori in cui le competenze acquisite sono facilmente spendibili altrove: tecnologia, consulenza, finanza, operations industriali. Il lavoro alberghiero, se impostato in modo tradizionale, rischia di essere percepito come operativo, ripetitivo e poco scalabile. Questa percezione è parzialmente ingiusta, perché l’hotel è una piattaforma gestionale estremamente complessa, ma diventa vera quando l’azienda non investe in formazione analitica, strumenti digitali, processi e managerialità. Dove l’hotel non evolve, anche le competenze non evolvono.

 

La stagionalità rappresenta un ulteriore acceleratore del problema. Nei mercati stagionali l’impresa tende a massimizzare l’efficienza nel breve periodo, spesso ricorrendo a contratti temporanei e organizzazioni “compresse” sui picchi di domanda. Questo modello è economicamente comprensibile, ma riduce la capacità di costruire cultura, fidelizzare risorse e sviluppare competenze interne. Il talento, soprattutto quello che mira a una carriera manageriale, tende a evitare ambienti dove la continuità e la crescita sono strutturalmente incerte.

 

A ciò si aggiunge una criticità spesso sottovalutata: l’allineamento tra promessa e realtà. Il settore hospitality comunica valori elevati – accoglienza, esperienza, cura del cliente, lifestyle – ma molte aziende offrono internamente condizioni organizzative che non rispecchiano questa narrazione. Questa dissonanza genera un effetto reputazionale: l’hotel appare attraente dall’esterno ma deludente dall’interno. Nel tempo, il passaparola professionale e le piattaforme di valutazione del lavoro amplificano la distanza tra brand verso il cliente e realtà verso i dipendenti.

 

In questo scenario, la domanda strategica non è “come trovare personale”, ma “come rendere l’impresa attrattiva”. Ciò implica un cambio di paradigma: il talento non si compra solo con la retribuzione, ma si attrae con un’organizzazione credibile. Servono modelli di lavoro sostenibili, chiarezza di ruoli, sistemi di performance management, formazione reale, percorsi di carriera e un contesto di leadership coerente. In particolare, è determinante la costruzione di un middle management solido: senza figure intermedie competenti, l’azienda resta schiacciata tra proprietà e operatività, e il lavoro quotidiano diventa inevitabilmente emergenziale.

 

Dal punto di vista imprenditoriale, il tema dei talenti è strettamente connesso alla marginalità. Un hotel che non genera margini sufficienti non può permettersi persone di qualità; ma un hotel senza persone di qualità difficilmente genera margini sufficienti. La soluzione non è inseguire il mercato del lavoro con interventi tattici, ma riprogettare il modello economico: ridurre sprechi, ottimizzare distribuzione e costi indiretti, investire in tecnologia utile, aumentare produttività e qualità del pricing. Solo un’impresa profittevole può diventare attrattiva nel lungo periodo.

 

In conclusione, gli hotel attraggono sempre meno talenti perché una parte significativa del settore non ha evoluto il proprio modello organizzativo con la stessa velocità con cui è cambiato il mercato del lavoro. La crisi dei talenti non è un incidente: è un indicatore anticipatore della necessità di ripensare governance, cultura e modello economico. Chi comprende questo passaggio trasformerà il capitale umano in un vantaggio competitivo; chi lo ignora, continuerà a vivere la gestione delle persone come emergenza permanente, con effetti progressivi su qualità, reputazione e redditività.

 

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