01/02/2026 - 01/02/2029
Roma non è governata solo da chi viene eletto. È governata, soprattutto, da chi resta.
Accanto al potere formale – Sindaco, Giunta, Consiglio Comunale – opera da decenni un sistema di poteri intermedi, permanenti, trasversali agli schieramenti politici, che incide in modo determinante sulle sorti della città senza mai esporsi direttamente.
Sono i Richelieu di Roma:
figure, apparati, organizzazioni e interessi che non competono alle elezioni, ma che sopravvivono a tutte le elezioni.
Il Sindaco di Roma è una delle cariche più esposte del sistema istituzionale italiano.
Risponde ai cittadini, ai media, alla magistratura contabile, all’opinione pubblica nazionale e internazionale.
Ma governa con:
poteri limitati,
risorse insufficienti,
competenze frammentate,
vincoli esterni continui.
Questo squilibrio crea una frattura strutturale:
chi decide davvero non risponde agli elettori
chi risponde agli elettori non decide davvero
In questo vuoto si inserisce il potere reale.
Come già evidenziato nei capitoli precedenti, Roma Capitale nasce come riforma ambiziosa ma incompiuta.
Formalmente autonoma, sostanzialmente dipendente.
Roma dispone di uno status speciale, ma non delle risorse economiche, fiscali e finanziarie necessarie per esercitarlo. Il risultato è un ente:
esposto,
indebitato,
strutturalmente fragile.
Questo rende il governo della città permeabile alle pressioni esterne e ai poteri non elettivi, che trovano spazio proprio dove il decisore politico è più debole.
All’interno del perimetro urbano di Roma insiste uno Stato sovrano: la Città del Vaticano. Un microscopico territorio, ma con un potere simbolico, diplomatico e politico globale.
Il Vaticano:
genera flussi turistici, religiosi e diplomatici enormi,
condiziona mobilità, sicurezza, viabilità,
mantiene interlocuzioni costanti con amministrazione comunale e Stato centrale.
Non è un attore ostile.
È un attore strutturale, che incide sulla città pur non essendo soggetto alla sua governance.
Questo aggiunge un ulteriore livello di complessità: Roma non governa solo se stessa, ma convive con una sovranità esterna che produce effetti quotidiani sul tessuto urbano.
Una delle forme più efficaci di potere a Roma è quella amministrativa.
Nei dipartimenti, negli enti strumentali, nelle partecipate, si concentra una continuità che attraversa decenni di amministrazioni. Qui risiedono:
la memoria dei processi,
il controllo delle procedure,
la capacità di rallentare o accelerare.
Il potere amministrativo raramente dice “no”. Dice:
“serve un parere”,
“manca un passaggio”,
“non è il momento”,
“ci sono vincoli normativi”.
Governare il tempo significa governare il risultato.
Roma è anche la capitale delle grandi organizzazioni sindacali e associative strutture con:
migliaia di iscritti,
patrimonio immobiliare,
relazioni consolidate con la politica nazionale.
Il loro potere non è elettorale, ma strutturale:
incidono sulle partecipate,
condizionano riforme organizzative,
difendono assetti esistenti.
In una città dove molte aziende pubbliche sono cronicamente in crisi, il sindacato diventa spesso co-gestore di fatto, più che semplice controparte.
La stabilità occupazionale viene spesso anteposta:
all’efficienza,
alla riorganizzazione,
alla sostenibilità economica.
Non per ideologia, ma per autoconservazione del sistema.
Roma non è solo potere pubblico è anche un enorme mercato di rendita.
Grandi e medi imprenditori gravitano intorno a:
immobili,
servizi pubblici,
rifiuti,
eventi,
concessioni.
Molti di questi interessi:
non cercano concorrenza,
preferiscono l’opacità alla trasparenza,
prosperano nella lentezza decisionale.
Un sistema inefficiente ma prevedibile è spesso più redditizio di uno efficiente ma competitivo.
Nel dibattito pubblico romano la contrapposizione ideologica è spesso teatrale.
Il potere reale è trasversale.
I Richelieu:
cambiano interlocutori,
si adattano ai cicli politici,
attendono che le amministrazioni passino.
Il loro obiettivo non è governare Roma, ma non perdere posizione nel sistema.
Questo spiega perché:
le emergenze diventano permanenti,
le riforme strutturali non si compiono,
le responsabilità restano diffuse.
L’emergenza è una forma di equilibrio.
Roma soffre non per mancanza di idee, ma per assenza di una governance reale.
Una governance reale richiederebbe:
chiarezza sui centri decisionali,
responsabilità diretta,
risorse coerenti con le funzioni,
riduzione dei livelli di intermediazione.
Ma questo significherebbe:
ridistribuire potere,
rompere equilibri consolidati,
esporre chi oggi resta nell’ombra.
Ed è per questo che non accade.
Roma non è ingovernabile per natura. È ingovernabile per costruzione.
Finché:
il potere resterà diffuso e opaco,
la responsabilità resterà concentrata su figure deboli,
le risorse resteranno insufficienti,
la città continuerà a consumare il proprio potenziale.
Liberare Roma non significa cambiare un Sindaco.
Significa ridisegnare il rapporto tra potere, responsabilità e risorse.
Finché i Richelieu continueranno a decidere senza esporsi, Roma resterà una Capitale solo sulla carta.
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