15/02/2026 - 15/02/2029
Negli ultimi giorni diversi media generalisti hanno rilanciato con enfasi la notizia di una Roma sempre più capitale del lusso: un miliardo di euro di investimenti, 27 nuovi hotel a cinque stelle in cinque anni, tassi di occupazione record per l’alta gamma e una pipeline di aperture che sembra destinata a proseguire almeno fino al 2027.
I dati, nella loro formulazione aggregata, sono corretti. Ma come spesso accade quando il racconto è guidato dalla narrativa più che dall’analisi, il rischio è quello di confondere volume di investimenti, dinamica dell’offerta e creazione di valore. Tre dimensioni che, nel settore alberghiero, non coincidono quasi mai.
Questo articolo prova quindi a leggere quei numeri in modo critico, ponendo alcune domande che raramente trovano spazio nei comunicati stampa.
La cifra di un miliardo di euro investito a Roma negli ultimi anni viene spesso presentata come indicatore di forza strutturale del mercato. In realtà, dal punto di vista economico-finanziario, essa andrebbe scomposta almeno in tre componenti:
acquisizioni immobiliari (trasferimenti di proprietà, spesso tra investitori istituzionali);
capex di ristrutturazione e repositioning, in larga parte obbligati dallo stato degli immobili;
investimenti immateriali (branding, pre-opening, start-up losses).
Solo una parte di questo capitale è realmente orientata alla crescita del valore operativo. Il resto rappresenta, più semplicemente, il costo di accesso a location ormai scarsissime e ipercompetitive.
In altri termini: l’investimento cresce perché cresce la complessità (e il costo) di entrare a Roma, non necessariamente perché il rendimento atteso sia superiore.
Nel 2025 gli hotel di alta gamma registrano:
76% di occupazione nei 5 stelle;
80% nei 4 stelle;
una quota del 67% delle camere vendute concentrata nell’alta gamma.
Letti superficialmente, questi numeri sembrano confermare una domanda solida e in crescita. Tuttavia, l’occupazione è un indicatore incompleto se non viene messo in relazione con:
l’ADR reale (al netto di mix, sconti, contratti e distribuzione);
il GOP margin;
il rapporto tra ricavi e capitale investito.
Un’occupazione alta in mercati fortemente capacity constrained può essere il sintomo non solo di domanda forte, ma anche di offerta rigida, di barriere urbanistiche e di un pricing che non sempre riflette il rischio complessivo dell’operazione.
Dal 2021 ad oggi Roma ha visto l’apertura di:
27 hotel a 5 stelle;
79 hotel a 4 stelle;
ulteriori 14 strutture di fascia alta previste entro il 2027, per circa 1.500 nuove camere.
Il tema non è il numero in sé, ma la sostenibilità del posizionamento.
Molti di questi progetti condividono caratteristiche simili:
location iconiche;
forte componente immobiliare;
brand internazionali o luxury lifestyle;
ristorazione affidata a chef celebrity.
Il rischio sistemico è evidente: un progressivo affollamento dell’offerta luxury, con conseguente pressione sui margini, soprattutto nei periodi di domanda ordinaria, fuori dagli eventi straordinari.
Il dato secondo cui, nel 2024, solo Parigi avrebbe visto più aperture extralusso di Roma è spesso utilizzato come elemento di legittimazione internazionale.
Ma Parigi e Roma non sono mercati comparabili in termini di:
struttura della domanda business;
stagionalità;
profondità del mercato MICE;
capacità di assorbimento tariffario.
Il rischio è importare modelli di sviluppo asset-driven in un mercato che rimane prevalentemente leisure, emozionale e sensibile agli shock esogeni.
Il punto centrale, spesso eluso, è la divergenza crescente tra:
valore dell’asset immobiliare;
valore dell’azienda alberghiera.
A Roma molti progetti di lusso funzionano (o funzioneranno) più come operazioni di capital preservation che come investimenti a elevato ritorno operativo.
Questo non è un problema in sé, ma diventa critico quando:
il capitale è altamente levereggiato;
il business plan presuppone curve di crescita aggressive;
la governance è debole o frammentata tra proprietà, brand e management.
Roma sta diventando una capitale del lusso? Sì, dal punto di vista dell’immagine, del posizionamento internazionale e dell’attrattività immobiliare.
Sta diventando automaticamente un mercato facile e profittevole per gli investitori alberghieri? Decisamente no.
Il vero discrimine, nei prossimi anni, non sarà quanti cinque stelle apriranno, ma quanti riusciranno a generare valore economico sostenibile lungo l’intero ciclo dell’investimento: acquisizione, sviluppo, gestione, uscita.
In un contesto caratterizzato da:
crescente competizione tra asset omogenei;
incremento strutturale dei costi operativi e del capitale;
maggiore complessità finanziaria e regolatoria;
la differenza non la farà il brand, né la location da sola, ma la qualità delle decisioni strategiche, finanziarie e di governance.
Come spesso accade, questa risposta non si trova nei comunicati stampa, ma nei bilanci, nei business plan realistici e nella capacità di leggere ex ante i rischi dell’operazione.
Hotel Management Group affianca investitori, proprietà e istituti finanziari nell’analisi critica di operazioni alberghiere complesse, con un approccio integrato che combina:
valutazione economico-finanziaria dell’asset e della gestione;
analisi di sostenibilità del business plan;
supporto alla definizione di modelli di governance e struttura operativa;
affiancamento nelle fasi di acquisizione, repositioning e gestione.
In mercati come Roma, dove la narrativa spesso anticipa (e talvolta distorce) la realtà economica, la differenza tra un’operazione iconica e un investimento efficace passa dalla qualità dell’analisi.
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