28/03/2026 - 28/03/2029
Il referendum del 22 e 23 marzo sulla riforma della giustizia non ha soltanto respinto una proposta del governo. Ha mostrato qualcosa di più profondo: il punto preciso in cui il potere smette di difendere i propri uomini e comincia a ridistribuire i costi della crisi. Il No ha prevalso con circa il 54% dei voti, con un’affluenza vicina al 59%. Nel giro di poche ore si sono dimessi il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi; subito dopo, Palazzo Chigi ha auspicato una scelta analoga da parte della ministra del Turismo Daniela Santanchè, che infatti ha poi lasciato il suo incarico.
La cronaca, da sola, non basta a spiegare ciò che è accaduto. Perché né Delmastro né Bartolozzi erano diventati improvvisamente un problema il giorno dopo il referendum. Delmastro era già stato condannato in primo grado a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio nel caso Cospito, senza che questo producesse una rottura politica immediata. Bartolozzi era già finita al centro delle polemiche per le sue dichiarazioni contro la magistratura ed era stata raggiunta, a fine febbraio, dalla chiusura delle indagini per false informazioni ai pm nell’inchiesta Almasri. Fino al voto, il sistema aveva retto. Dopo il voto, non più.
È questo il punto politico decisivo. In Italia, e a Roma in particolare, le dimissioni raramente coincidono con il momento in cui emerge una criticità. Più spesso coincidono con il momento in cui quella criticità diventa non più sostenibile dentro l’equilibrio complessivo del potere. Il referendum ha trasformato vicende fin lì contenibili in un peso non più difendibile. Non ha creato la fragilità: l’ha resa esposta.
Anche le parole usate in quei giorni aiutano a capire la natura della crisi. Delmastro, annunciando il suo passo indietro, ha parlato di “dimissioni irrevocabili”, di una “leggerezza” e di responsabilità assunta “nell’interesse della Nazione”. Palazzo Chigi, nel prendere atto delle dimissioni di Delmastro e Bartolozzi, ha espresso “apprezzamento” per la loro scelta e ha auspicato “sulla medesima linea di sensibilità istituzionale” una decisione analoga da parte di Santanchè. Il linguaggio è rivelatore: non quello di una resa, ma quello di una ricomposizione ordinata.
Del resto, i due casi che hanno travolto via Arenula avevano già logorato il ministero. Nel caso Delmastro, l’attenzione investigativa si è concentrata sulla vicenda societaria legata alla ristorazione romana e ai rapporti con la famiglia Caroccia, con sviluppi giudiziari che hanno imposto ulteriori verifiche. Nel caso Bartolozzi, la frattura politica si è aggravata quando ha sostenuto pubblicamente il Sì al referendum dicendo che così ci si sarebbe “tolti di mezzo” la magistratura, definita un “plotone di esecuzione”. Due storie diverse, ma unite da un medesimo effetto: trasformare il ministero della Giustizia nel luogo in cui la sconfitta referendaria diventava immediatamente crisi di credibilità.
Per questo sarebbe un errore leggere quanto accaduto soltanto come una sequenza di responsabilità individuali. Qui si vede all’opera una regola più generale: quando il consenso arretra, il potere seleziona il sacrificabile. Non crolla. Non si ritira in blocco. Si alleggerisce. Sposta il peso su alcune figure, preserva il centro dell’impianto, riduce il danno simbolico e prova a riprendere il controllo del racconto pubblico. La politica, in questi passaggi, non si limita a decidere: soprattutto, sceglie chi può ancora essere difeso e chi invece deve diventare il prezzo della continuità.
Ed è proprio qui che questo articolo si collega a “La Roma dei circoli” leggi qui.
Perché il tema non è soltanto l’esistenza di luoghi informali, relazioni stabili, ambienti selettivi che orientano la vita pubblica romana. Il punto è che quel modello di potere — fatto più di continuità che di alternanza, più di selezione che di comando — riemerge anche nei momenti di crisi istituzionale. I circoli, nel senso profondo del termine, non sono solo luoghi fisici. Sono una forma di organizzazione del potere: una logica che non governa sempre in modo diretto, ma decide chi resta spendibile, chi va isolato, chi va protetto, chi va lasciato cadere.
In questa chiave, il caso Delmastro-Bartolozzi-Santanchè non è un episodio separato dal discorso sulla Roma dei circoli. Ne è la conferma. Mostra che, nella Capitale, il potere reale non coincide mai del tutto con la semplice titolarità di una funzione. Il ministro, il sottosegretario, il capo di gabinetto occupano una posizione formale. Ma la loro tenuta dipende anche da un livello ulteriore, meno visibile: la loro compatibilità con l’equilibrio del sistema, la loro sostenibilità relazionale, la loro utilità o pericolosità nel momento in cui il quadro cambia.
Non serve immaginare una regia unitaria o una cospirazione. Basta osservare come si comportano i sistemi di potere maturi quando vengono colpiti. Non reagiscono quasi mai con rotture spettacolari. Reagiscono con movimenti selettivi, con arretramenti calcolati, con sacrifici mirati. È il potere che non si espone fino in fondo, ma si difende redistribuendo il danno. È il potere che non governa sempre apertamente, ma orienta la sopravvivenza dei suoi equilibri.
Per questo il referendum sulla giustizia, oltre al suo significato elettorale, ha avuto un valore rivelatore. Ha mostrato che il problema non è soltanto chi occupa un incarico, ma chi decide quando quell’incarico diventa indifendibile. E questa è una domanda profondamente romana. Perché a Roma il potere non si esaurisce mai nei palazzi: continua nelle reti, nelle appartenenze, nei codici impliciti, nei luoghi dove si misura la forza reale delle persone molto prima — e molto più — dei loro titoli.
Se “La Roma dei circoli” descriveva l’infrastruttura del potere informale, il caso aperto dal referendum sulla giustizia ne mostra la funzione concreta. Non governare direttamente ogni passaggio, ma presidiare l’essenziale: la continuità del sistema. E quando serve, sacrificare un nome per evitare che a cadere sia l’equilibrio.
La lezione del giorno dopo, allora, è semplice e severa: a Roma il potere può perdere un voto, ma non perde mai l’istinto di conservarsi.
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