22/04/2026 - 22/04/2029
La vera notizia non è soltanto che Booking.com sia finita sotto istruttoria. La vera notizia è che l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha acceso un faro su uno dei nodi più delicati della distribuzione alberghiera contemporanea: il confine tra visibilità commerciale e qualità percepita.
Secondo quanto reso noto dall’Autorità, l’istruttoria riguarda il modo in cui Booking.com presenterebbe le strutture aderenti ai programmi “Partner Preferiti” e “Partner Preferiti Plus”, attribuendo loro maggiore evidenza nei risultati di ricerca, elementi grafici distintivi e claim capaci di rafforzarne la percezione di qualità e convenienza.
Il punto, però, non è la grafica.
Il punto non è nemmeno il semplice posizionamento.
Il punto è ciò che quel posizionamento comunica al cliente.
Se una struttura appare più in alto, più visibile, più raccomandata, il consumatore tende naturalmente a credere che quella posizione sia il riflesso di un merito oggettivo: migliore qualità, migliore servizio, migliore rapporto qualità-prezzo. Ed è proprio qui che si apre la questione.
Secondo l’AGCM, i criteri di accesso ai programmi preferenziali di Booking.com non sembrerebbero idonei a garantire davvero le qualità che quei badge e quei messaggi lasciano intendere.
La contestazione è rilevante perché tocca un meccanismo profondissimo del mercato digitale: il cliente non compra solo una camera, compra un ordine di priorità. Compra una gerarchia già interpretata per lui. E se quella gerarchia non riflette esclusivamente il valore dell’offerta, ma anche logiche economiche interne alla piattaforma, allora il rischio non è soltanto comunicativo. È competitivo.
In altre parole: il problema non è che una piattaforma valorizzi alcuni partner.
Il problema nasce quando quella valorizzazione viene percepita come una certificazione di qualità.
È in questo passaggio che la visibilità smette di essere promozione e comincia a diventare influenza sulla scelta.
Molti leggeranno questa vicenda come un tema che riguarda soprattutto la tutela del consumatore. Sarebbe riduttivo.
Questa vicenda riguarda direttamente anche gli hotel, perché rimette al centro una domanda cruciale: chi costruisce oggi, nella mente del cliente, il significato della qualità alberghiera?
Se a farlo è sempre di più la piattaforma, allora il potere competitivo dell’hotel si indebolisce, anche quando l’occupazione sembra reggere.
Per anni una parte del settore ha accettato come inevitabile uno scambio implicito: più commissione in cambio di più visibilità, più visibilità in cambio di più prenotazioni. È una logica nota, quasi normalizzata. Ma quando quella maggiore esposizione viene letta dal mercato come segno di superiorità oggettiva, il costo non è più solo commissionale. Diventa strategico.
Perché a quel punto l’hotel non sta semplicemente comprando traffico. Sta contribuendo a finanziare un sistema che può orientare la percezione del suo stesso valore.
Questa è la lezione industriale più importante.
Un hotel può anche ottenere beneficio tattico da una maggiore esposizione su una OTA. Può migliorare l’occupazione, accelerare il pick-up, rafforzare alcuni periodi di vendita. Tutto vero. Ma se quella visibilità non è accompagnata da una crescita parallela del brand diretto, della reputazione proprietaria, della capacità di conversione autonoma e del controllo della relazione con il cliente, il vantaggio resta fragile.
Anzi: spesso diventa una dipendenza mascherata da performance.
È questo il punto che molti imprenditori alberghieri continuano a sottovalutare. La distribuzione non è un tema operativo. Non è solo una questione di canali. È una questione di margini, autonomia e sovranità commerciale.
Quando la piattaforma controlla l’ordine con cui il mercato vede le strutture, e soprattutto il significato che attribuisce a quell’ordine, il rischio è evidente: il valore si sposta progressivamente dall’hotel all’infrastruttura che organizza la domanda.
Naturalmente sarà l’istruttoria a chiarire se le contestazioni dell’Autorità troveranno piena conferma. Ed è giusto mantenere prudenza, perché oggi siamo davanti a un procedimento avviato, non a un accertamento definitivo.
Ma sul piano manageriale il segnale è già chiarissimo.
Il mercato sta iniziando a interrogarsi non soltanto sul costo dell’intermediazione, ma sul modo in cui il valore viene raccontato, ordinato e percepito online. E questo, per un albergatore, conta moltissimo più di quanto sembri.
Perché il vero rischio non è pagare una commissione alta.
Il vero rischio è abituarsi a un sistema in cui la qualità percepita del proprio hotel viene definita altrove.
La domanda giusta, oggi, non è se aderire o meno a un programma premium.
La domanda giusta è questa:
chi sta costruendo, nella mente del cliente, il significato della mia qualità?
Se la risposta è “la piattaforma”, allora il tema non è più promozionale.
È strategico.
E nel lungo periodo non vince chi appare più in alto.
Vince chi riesce a dipendere meno dal soggetto che decide cosa significhi apparire più in alto.
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Perché oggi il marketing alberghiero non serve solo a generare visibilità.
Serve a recuperare controllo.
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https://www.robertonecci.it/it/news/2766/il-futuro-delle-agenzie-online-booking-com-ed-expedia.html
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