28/03/2019 - 31/12/2029
Il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) disciplina la natura giuridica e contrattuale dei rapporti di lavoro, definendo il quadro generale entro cui le imprese possono operare.
La contrattazione di primo livello, sancita a livello nazionale tra le rappresentanze dei lavoratori e quelle datoriali (ad esempio Federalberghi), stabilisce regole uniformi valide su tutto il territorio.
La contrattazione di secondo livello – in particolare il Contratto Integrativo Territoriale (CIT) – consente invece di adattare tali regole alle specificità locali. È evidente che territori profondamente diversi, come Rimini e Roma, presentino stagionalità, modelli di domanda e strutture organizzative non comparabili. Da qui nasce l’esigenza di modulare l’accordo nazionale secondo le caratteristiche territoriali.
Il CCNL fornisce quindi la struttura portante, mentre la contrattazione territoriale ne rappresenta l’elemento di adattamento operativo.
La conoscenza puntuale degli accordi vigenti è un prerequisito essenziale quando si interviene in situazioni di crisi d’impresa, soprattutto laddove il deterioramento economico è accompagnato da un laceramento dei rapporti sindacali.
Nelle aziende con più di 15 dipendenti, la presenza di rappresentanze sindacali interne rende il tema ancora più delicato. La gestione della crisi non può prescindere dal confronto con tali soggetti, che diventano interlocutori diretti nei processi di riorganizzazione e risanamento.
Nella mia esperienza nella gestione di crisi d’impresa, il confronto con le rappresentanze sindacali interne è stato spesso centrale.
Gli approcci non sono mai uniformi: talvolta emergono posizioni ideologiche, scollegate dalle reali condizioni economiche dell’impresa; più spesso, però, ho riscontrato disponibilità alla comprensione e alla condivisione delle difficoltà.
Ho sempre privilegiato un metodo basato su trasparenza, partecipazione e consapevolezza.
Un piano di risanamento è credibile solo se i lavoratori comprendono il contesto economico in cui l’azienda opera e le conseguenze delle scelte necessarie. Senza questa consapevolezza, ogni intervento rischia di essere percepito come punitivo anziché salvaguardante.
L’esperienza mi porta a una considerazione ricorrente: in Italia, nelle crisi d’impresa, i giovani risultano spesso i più penalizzati.
Molti accordi aziendali presenti nelle strutture alberghiere sono il retaggio di una fase storica che non esiste più, una stagione caratterizzata da margini elevati e da un sistema in cui l’anzianità di servizio prevaleva sistematicamente sul merito.
Nei processi di riorganizzazione che ho seguito, ho cercato di invertire questa logica, ponendo al centro la tutela della forza lavoro realmente funzionale ai risultati aziendali.
La meritocrazia non è un principio ideologico, ma una condizione necessaria per la sopravvivenza dell’impresa.
Purtroppo, l’attuale quadro normativo non consente sempre di operare nelle crisi d’impresa secondo criteri di efficienza e sostenibilità.
Parametri come anzianità di servizio e carichi familiari, pur ispirati a finalità socialmente condivisibili al momento della loro introduzione, pongono oggi vincoli rigidi nella gestione degli esuberi.
È evidente, tuttavia, che un’impresa che intende competere sul mercato deve poter contare su personale capace, aggiornato e coerente con i processi aziendali.
In questo senso, il merito dovrebbe diventare un criterio strutturale anche nei percorsi di risanamento.
La gestione delle relazioni sindacali nelle crisi d’impresa non può essere affidata né all’improvvisazione né all’ideologia.
Serve conoscenza normativa, esperienza sul campo e una visione chiara dell’equilibrio tra tutela del lavoro e sostenibilità dell’impresa.
Se il legislatore non terrà conto dell’evoluzione dei modelli produttivi e della necessità di premiare competenze e contributo reale, il rischio è quello di proteggere il passato a discapito del futuro.
E nessuna impresa, oggi, può permetterselo.
Qui la altre casistiche
Roberto Necci
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